Franco Brunatto interprete del mare

maggio 18th, 2012
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Hanno un bel dire certi Soloni che l’arte è solo espressione e che il contenuto tematico è puro pretesto in autonomia dal fatto artistico! Hanno un bel dire i Dulcamara dei sottomercati d’arte che il pittore può e deve inventare il bello roteando sui 360 gradi della fantasia! Balle. L’artista non inventa, racconta; e se non racconta non dice nulla. E se non dice nulla non avrà scampo nel dies irae del giudizio universale della storia. L’uomo che costruisse, come i sofisti, contraddicendosi o, peggio, dimenticandosi, edificherebbe sulla sabbia, sulla provvisorietà.

Queste brevi considerazioni prima di dire di Franco Brunatto, pittore che si porta il mare dentro, sulle mani, negli occhi, tanta è la sua ossessione marina, il suo continuo raccontare di mare, del mare, col mare, sul mare, per il mare, contro il mare, stando nel mare lui stesso, lui così mite, come in offerta sacrificale al tremendo e meraviglioso dio Nettuno.

Mai visto un pittore così ostinatamente meditativo, così scrupoloso, crudele con se stesso tanto da castigarsi su un quadro un’intera stagione o anche più, fino all’esaurimento del racconto che porta nell’animo come un lungo e ricorrente filo di Arianna bisognoso di luce.

« I racconti del mare » di Brunatto sono dunque, più che delle immagini, delle sensazioni, delle emozioni narrate con il linguaggio della spatola su tavole o tele applicate che, proprio perché rigide, sembrano far risaltare con maggiore espressività il movimento del mare, del mare come vita vissuta.

I verdi e i blu del suo acrilico sono così personalizzati da dire pienamente il senso di avventura e di passione di tutto il suo essere. Non a caso Brunatto è stato ed è un appassionato velista e non si contano le sue imprese solitarie a filo d’onda sull’uno e sull’altro Oceano. Sicché nel carniere della sua sensibilità burrasche e sirene echeggiano voci — dolci e tuonanti — che ricordano quelle, indimenticabili, di « I lavoratori del mare » del trascurato Hugo.

Il mare come creatura, direi meglio come donna, palpitante e imprevedibile, tanto che le sue basse maree e tempeste sembrano gli estremi di un carattere muliebre. E «Il racconto della tempesta», una delle sue opere più riuscite, diciamo pure eccelse, sembra significare l’immagine fragile e dolente dell’uomo — Ulisse di sempre e di tutti i viaggi dell’esistenza — in balia dell’eterna Circe lussuriosamente indemoniata.

E così il « Nascita dell’atollo » e « La pietra sotto il mare » toccano vertici di una eloquenza pittorica conturbante, capace, come tutte le bellezze autentiche, di una riluttanza con­genita.

Una pittura pertanto scontrosa, anticommerciale, ostica all’occhio frettoloso e superficiale, mai compiacente alle mode. Connotati che dicono la genuinità di questo piemontese ieratico e misterioso, trapiantato all’ombra dei nuraghi dopo chissà quale naufragio; connotati che dicono la consapevolezza di una vocazione costretta ad esercitarsi — ahinoi — in un presente sordo alle istanze veramente culturali.

Ma Franco Brunatto dà l’impressione di muoversi al di fuori dello spazio e del tempo. Lui così tutto solo e tutto suo non mancherà l’appuntamento al traguardo ultimo dell’arte.

Roma, marzo 1978.

Francesco Boneschi