Le sacre du Printemps (Strawinsky)

maggio 18th, 2012
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“Con le etichette non ci si ubriaca, né ci si disseta” : Franco Brunatto lo sa bene.  Franco Brunatto dipinge musica. E’ seduto su uno sdraio da mare, a gambe accavallate, in fondo allo studio, in mezzo alle tempere, ai barattoli di colori, ai libri, ai giornali (Un libro aperto sopra l’ultima tela: L’ultimo giurato di John Grisham ). Nell’atelier o studio o saletta delle esposizioni di Franco Brunatto si può vedere la musica. Ed è effettivamente così che succede. Provare ad immaginare visivamente una musica dopo aver osservato una sua tela comporta quello strano esproprio  e trapianto della  capacità di visualizzazione che accade quando ci si immerge nella lettura di un libro di cui avete già visto il film. Ecco. Una cosa così.

Bussano Vecchia è il paese degli artisti, ed è quindi il posto in cui quelli che non sono artisti vengono a vedere gli artisti o a frequentare gli artisti o a fare apprendistato dagli artisti o a comprare dagli artisti eccetera. Arrivati a Bussano Vecchia si è rosi da questo strano tarlo di capire, fra le persone che ti passano accanto, quali siano o non siano gli artisti sulla base di osservazioni superficiali. Qualunque cosa questo voglia dire. Automaticamente, comunque, mi accorgo, la mente si indirizza all’immaginario Bohémien e lì rimane bloccata, presa da certe comparazioni stucchevoli. D’altra parte il borgo ci mette del suo. Ogni cosa sembra sia stata concepita per rendere il senso dell’autarchia.

Non c’è nemmeno Dio quassù. E’ morto, ovvio. Ci sono solo gli artisti. La cattedrale è scoperchiata, sconsacrata, con le pareti piene di autografi e una strana figura concettuale con due D inclinate proprio sotto l’Abside. Le vie sono intitolate agli artisti morti. Le piazze intitolate agli artisti morti. C’è una madonna infilata in un’edicola ricavata da una vecchia cabina del telefono. Tutto l’ideale borghese dell’arte è pompatissimo: per le vie, perfettamente acciottolate, scorre musica jazz, i giovani siedono a gruppi con potenti e costosissime reflex riprendendosi pigramente a vicenda, nei ristoranti e nelle enoteche si sorseggiano calici di vino rosso, e sui prati assisto ad un sinistro revival di una comune.

“Con le etichette non ci si ubriaca, né ci si disseta” : Franco Brunatto lo sa bene. Franco Brunatto dipinge musica. E’ seduto su uno sdraio da mare, a gambe accavallate, in fondo allo studio, in mezzo alle tempere, ai barattoli di colori, ai libri, ai giornali ( Un libro aperto sopra l’ultima tela: L’ultimo giurato di John Grisham ). Nell’atelier o studio o saletta delle esposizioni di Franco Brunatto si può vedere la musica. Ed è effettivamente così che succede. Provare ad immaginare visivamente una musica dopo aver osservato una sua tela comporta quello strano esproprio e trapianto della capacità di visualizzazione che accade quando ci si immerge nella lettura di un libro di cui avete già visto il film. Ecco. Una cosa così.

Il suo uccello di fuoco è senza dubbio l’uccello di fuoco. E certo, siete d’accordo, il Bolero di Ravel comincia in blu e finisce in rosso – “Sicuro! E’ un crescendo!” – esclamerete – consapevoli che si, l’avevate sempre saputo, e ci sareste potuti arrivare anche voi. Brunatto ha un sorriso elastico, passionale, di una passione che sopravvive al disincanto. Quando ci parla di questo posto, dice che solo quattro o cinque sono gli artisti validi. Il racconto che fa di Bussano è una storia di dominazioni, e parla di Bussano come del “villaggio”. Ha viaggiato per il mondo, ed ha un amore per l’oriente e l’archeologia.

Una volta, da Cipro, per via del cane che lo accompagnava nel viaggio, per via della quarantena, è costretto a continuare fino a Israele. “Ad Haifa, il mio cane ed io” – appunto. L’Iran, l’Iraq, la Siria, la Giordania. Il suo senso di giustizia erompe assieme ad una grande pace interiore. E’ di una violenza anarchica ma composta, elegante. Una tela arancione, con un discreto campionario di governanti e una didascalia: “terra, un pianeta sovrappopolato di idioti governanti criminali”. Le simpatiche figurine di Bush, Stalin, Hitler, Sharon, Putin, Mussolini.

Dice che ha problemi a completare la danza degli adolescenti di Stravinskij, perché è nel contempo statica e dinamica, e mima una marcia con i pugni stretti, alternandoli come i pistoni di un motore, sorridendo allegramente. Una visione degli adolescenti: ragazzi che pestano i piedi nello stesso punto. Dice che da ragazzo, in collegio, in Svizzera, l’hanno privato del pianoforte perché potenziasse la matematica. Annota sul mio taccuino il nome di un musicista che non conosco. Wiewiawski. “Uno Stravinskij addolcito”.

Tratto da http://www.itaca.me/2011/05/04/la-sagra-della-primavera/